La febbre che la scienza non vede
La febbre che la scienza non vede
Ogni inverno milioni di italiani si ammalano senza che nessuno lo sappia. Non perché il sistema sanitario sia inefficiente, ma perché il sistema sanitario, per sua natura, conta solo chi bussa alla sua porta. E la maggior parte di noi non bussa.
Pensa all'ultima volta che hai avuto la febbre. Non una di quelle che ti portano al pronto soccorso, ma quella normale, invernale, quella che conosci bene: trentotto e qualcosa, la testa pesante, i muscoli che fanno male anche solo a girarsi nel letto, il naso che cola e quella sensazione strana di avere il corpo riempito di sabbia bagnata. Hai preso un antidolorifico, ti sei coperto con due coperte, hai guardato qualcosa in TV e hai aspettato che passasse. Dopo due giorni, stavi meglio. Dopo quattro avevi già dimenticato.
Dal punto di vista della scienza epidemiologica, quella febbre non è mai esistita.
Non è una metafora. È il funzionamento reale, strutturale, dei sistemi di sorveglianza sanitaria. In Italia, come nella maggior parte dei Paesi europei, i dati sull'influenza vengono raccolti attraverso una rete di medici sentinella, medici di famiglia e pediatri che ogni settimana segnalano quanti pazienti hanno visitato con sintomi compatibili. Il sistema funziona, è rodato, è consolidato da decenni. Ma misura soltanto quello che riesce a vedere, e quello che riesce a vedere è una minoranza delle persone che si sono effettivamente ammalate.
La domanda, allora, è semplice quanto radicale: cosa succede a tutta la malattia che non diventa mai evento sanitario?
Una stagione che ha sorpreso tutti
Quest'anno l'influenza ha giocato d'anticipo. Il picco epidemico, che negli anni recenti si era manifestato tra gennaio e febbraio, è arrivato già nella settimana del 21 dicembre, mentre la maggior parte degli italiani stava ancora pensando ai regali di Natale. Tre o quattro settimane di anticipo rispetto alle stagioni recenti, con diciassette casi ogni mille persone seguiti dai medici di base.
Il responsabile ha un nome tecnico, A(H3N2) sottoclade K, che è la denominazione di un nuovo ceppo del virus influenzale emerso globalmente nella seconda metà del 2025. Un ceppo contro cui la popolazione italiana aveva accumulato pochissima immunità, perché quel sottotipo non era stato dominante nelle stagioni precedenti. Risultato: si è diffuso con una velocità che ha sorpreso anche i sistemi di sorveglianza internazionale, fino a rappresentare il novanta per cento di tutti i casi di influenza confermati nell'intera regione europea dell'OMS entro dicembre. Nove casi su dieci, in tutta Europa, attribuibili allo stesso ceppo(Istituto Superiore di Sanità (ISS), 2026).
Eppure, per capire davvero cosa è accaduto nella popolazione a livello di comportamenti tra le varie fasce sociodemografiche, non solo negli ambulatori e non solo tra chi ha chiesto aiuto medico, ma nell'insieme delle persone che in quei giorni si sono svegliate con la febbre, i dati ufficiali non bastano. Non per una loro debolezza intrinseca, ma per un limite concettuale preciso: la sorveglianza tradizionale osserva la malattia dal momento in cui diventa evento sanitario. Prima di quel momento, non esiste.
Il progetto che dà voce a chi tace
La risposta si chiama Influweb, e nasce da un'intuizione che rovescia il paradigma classico della sorveglianza epidemiologica. Invece di aspettare che i malati si presentino al sistema sanitario, Influweb va direttamente dalle persone, sane o malate, con o senza sintomi, e chiede loro come stanno. Ogni settimana. Attraverso un breve questionario online.
Immagina di ricevere ogni lunedì mattina, mentre aspetti il caffè o sei sull'autobus, un messaggio sul telefono con un link. Clicchi, rispondi a cinque o sei domande, hai avuto la tosse in questi giorni? La febbre? Il mal di gola? Hai fatto un tampone? Sei rimasto a casa dal lavoro? Ti sei vaccinato contro l'influenza? Poi premi invio. Fine. Cinque minuti, forse meno. E la tua settimana epidemiologicamente visibile.
Questi dati individuali, anonimizzati e aggregati con quelli di centinaia di altre persone settimana dopo settimana, costruiscono qualcosa che la sorveglianza tradizionale non riesce a costruire: una fotografia reale di come circola l'influenza nella popolazione, anche tra chi non mette mai piede in un ambulatorio.
Mattia Mazzoli, il ricercatore di ISI Foundation che lavora sul progetto, lo spiega con chiarezza: «Influweb ci permette di svolgere studi approfonditi sulla salute degli italiani che non saremmo in grado di fare con i dati raccolti dalla sorveglianza tradizionale. Possiamo stimare la frazione dei pazienti che decidono di non recarsi dal medico, capire chi sceglie di vaccinarsi e per quale ragione, osservare i comportamenti adottati durante la malattia, e costruire modelli predittivi più accurati sulla trasmissione del virus».
Informazioni che non esistono da nessun'altra parte. Informazioni che cambiano profondamente la qualità delle analisi epidemiologiche. Informazioni che tu puoi contribuire a produrre.
Il paradosso che nessuno si aspetta
C'è un aspetto di Influweb che sorprende quasi chiunque quando lo sente per la prima volta, e che è forse il più importante dal punto di vista scientifico.
Il contributo più prezioso che un partecipante può dare non è la segnalazione di una malattia. È la segnalazione della propria salute.
Sembra strano, ma ha perfettamente senso. Per capire quante persone si sono ammalate in una determinata settimana, i ricercatori devono sapere quante persone stavano bene. Senza quel numero di riferimento, quello che i matematici chiamano denominatore, i dati di chi si è ammalato perdono ogni significato statistico. È come voler capire quanti passeggeri hanno perso il treno senza sapere quanti erano in stazione.
Questo significa che ogni settimana in cui rispondi «nessun sintomo» stai dicendo alla scienza qualcosa di preciso: quella settimana, in quella zona d'Italia, una persona come te stava bene. Quella risposta entra nei modelli, riduce l'incertezza, rende le analisi più affidabili.
Ecco perché Influweb non ha bisogno di milioni di utenti occasionali. Ha bisogno di persone che partecipano con continuità, settimana dopo settimana, per mesi. Un partecipante che risponde ogni settimana per un'intera stagione vale scientificamente molto di più di cento persone che si iscrivono durante il picco influenzale e poi spariscono.
Non aspettare di star male per iscriverti. Iscriviti adesso, che stai bene. Specialmente adesso.
Cosa ci hanno raccontato i dati di quest'inverno
La stagione 2025-2026, osservata attraverso Influweb, ha confermato l'intensità che ci si aspettava da un ceppo così diffuso. Il picco delle sindromi simil-influenzali ha toccato 4,4 casi ogni cento partecipanti, il secondo valore più alto registrato dalla piattaforma negli ultimi quattro anni. Per le infezioni respiratorie acute il dato è stato ancora più marcato, 7,9 ogni cento partecipanti, il massimo osservato dal 2021(Istituto Superiore di Sanità (ISS), 2026).
I sintomi più segnalati sono stati quelli che probabilmente anche tu hai riconosciuto nell'inverno appena passato: naso chiuso o che cola, tosse, starnuti, mal di gola. Seguiti da malessere generale, dolori muscolari, mal di testa, febbre. Tra i meno frequenti, ma comunque presenti, brividi, occhi lacrimanti e disturbi gastrointestinali, quegli stati confusivi che molte persone non avrebbero mai associato a una stagione influenzale se non ci fosse stato qualcuno a raccoglierli sistematicamente.
C'è un dato che vale la pena leggere con attenzione, però, ed è quello sulla vaccinazione. Nella stagione 2024-2025, solo il 19,6% degli italiani si è vaccinato contro l'influenza. Tra la popolazione anziana, la più vulnerabile, la copertura era al 52,5%, in calo rispetto al 53,3% dell'anno precedente. Per confronto: durante il picco pandemico del 2020-2021 quella stessa copertura aveva raggiunto il 65,3%. Da allora è scesa di quasi tredici punti percentuali. L'OMS raccomanda almeno il 75 % nei gruppi a rischio. Nessun Paese europeo ci è vicino(Istituto Superiore di Sanità (ISS), 2026).
Capire perché le persone scelgono di non vaccinarsi, quali paure, quali informazioni errate, quali abitudini consolidate influenzano quella decisione, è esattamente il tipo di domanda a cui Influweb può rispondere. Ogni partecipante che indica il proprio stato vaccinale aggiunge un tassello concreto a questa comprensione.
Il vantaggio di chi partecipa: sapere prima degli altri
Essere parte di Influweb non è solo un gesto verso la collettività. C'è qualcosa di concreto anche per chi lo fa.
Chi partecipa ha accesso ai dati in tempo reale, può vedere come si muove l'epidemia nella propria regione, può confrontare la propria stagione con quelle degli anni precedenti, può capire se i sintomi che ha avuto erano compatibili con quello che circolava in quel momento. È quella sensazione di sapere cosa sta succedendo davvero, non solo quello che raccontano i giornali con qualche giorno di ritardo.
C'è di più. Influweb da giugno allarga il suo sguardo alle malattie vettoriali estive, dengue e chikungunya in testa, che fino a pochi anni fa sembravano distanti dall'Italia e che invece stanno diventando una realtà sempre più presente sul territorio con i cambiamenti climatici. Nel 2024 l'Italia ha registrato casi autoctoni di dengue in diverse regioni, non importati da chi rientrava dai tropici, ma contratti direttamente qui, trasmessi da zanzare già presenti nel territorio italiano. Chi si iscrive adesso, fuori stagione influenzale, entra a far parte di questo sistema di osservazione già prima dell'estate. Quando arriverà il momento, il suo profilo sarà già lì, con una storia di segnalazioni alle spalle.
400 persone attive. Potrebbero essere molte di più.
Oggi in Italia Influweb conta circa quattrocento partecipanti attivi ogni settimana. In Australia, una piattaforma con lo stesso identico principio, Flutracking, ne ha più di trentamila. Nel Regno Unito FluSurvey ne conta circa seimila. Nei Paesi Bassi Infectieradar arriva a ventimila.
La differenza non è nella qualità della scienza, che è identica. È nella dimensione della rete. E una rete più grande funziona meglio: produce dati più rappresentativi, analisi e previsioni più precise.
Vale la pena sottolineare un dato che dice molto sulla situazione attuale: il pannello di Influweb si è formato quasi interamente durante un unico periodo di reclutamento intensivo alla fine del 2021. Da allora è rimasto stabile, ma non è cresciuto. Ogni nuova persona che si iscrive oggi rompe questa inerzia. Ogni nuova persona sposta concretamente il sistema verso una sensibilità maggiore.
Come funziona, in concreto
Iscriversi richiede due minuti. Nome, e-mail, qualche informazione di base: età, zona geografica, se hai malattie croniche o allergie. Queste informazioni servono solo a classificare il tuo profilo statistico, vengono anonimizzate e non vengono condivise con nessuno.
Da quel momento ogni settimana ricevi un promemoria, un link, qualche domanda. Come stai? Hai avuto sintomi? Quali? Hai fatto qualcosa al riguardo? Fine. Cinque minuti, anche dal telefono, anche dalla poltrona, anche mentre aspetti che l'acqua della pasta arrivi a ebollizione.
E il tuo contributo entra direttamente nei dati che i ricercatori di ISI Foundation usano per capire come si muove l'influenza in Italia, per costruire i modelli che prevedono come si muoverà nelle stagioni future, per rispondere a quella domanda che la sorveglianza tradizionale non copre: cosa succede alle persone che stanno male ma non lo dicono al medico?
La prossima ondata influenzale arriverà. Non sappiamo quando, non sappiamo quanto sarà intensa. Ma sappiamo che più persone parteciperanno a Influweb da adesso, più saremo in grado di capirla mentre succede, e non solo dopo, quando è già troppo tardi per prepararsi.
Cinque minuti alla settimana. Anche quando stai bene. Specialmente quando stai bene.
Iscriviti a Influweb su influweb.org
I dati sulla stagione 2025-2026 sono tratti dai sistemi di sorveglianza RespiVirNet/InfluNet dell'Istituto Superiore di Sanità e dalla piattaforma Influweb di ISI Foundation.