Da sei anni, ogni lunedì mattina, ancora prima di alzarsi dal letto.
Ci sono persone che fanno parte di Influweb fin dai suoi primi passi. Persone che, settimana dopo settimana, hanno continuato a compilare il questionario anche durante la pandemia, trasformando un gesto semplice in una piccola abitudine di osservazione collettiva. Alcune conoscono ormai le domande quasi a memoria e rispondono in pochi secondi. Ma chi sono davvero? Cosa le spinge a restare? Lo abbiamo chiesto a una di loro, iscritta dal 2019. Il suo nome non compare: ciò che conta è la sua esperienza, il suo sguardo e quello che, nel tempo, ha imparato lungo il percorso.
C’è un gesto che si ripete ogni settimana, come una piccola abitudine ormai consolidata. Per la nostra intervistata, Influweb è diventato questo: un appuntamento fisso, quasi automatico, che le accompagna dal 2019. L’email arriva, il link viene aperto, le domande compaiono sullo schermo. Trenta secondi, forse un minuto. Poi si chiude tutto e la giornata riprende il suo corso. Dopo sei o sette anni di questionari, non lo si vive più come un impegno: diventa semplicemente una cosa che si fa.
Lei lo racconta con naturalezza: lo compila appena arriva l’e-mail, spesso ancora prima di alzarsi dal letto. Scorre le notifiche, la vede, clicca. Pochi secondi, non minuti. È talmente veloce che, tra una cosa e l’altra, si trova sempre il tempo per farlo.
Non è un eroismo. Non è un sacrificio. È qualcosa di più sottile: la scoperta che un piccolo gesto, ripetuto con costanza, può avere un peso che va ben oltre il tempo che richiede.
Come si comincia, e perché si resta
È arrivata a Influweb come molti: attraverso i social, qualche anno prima della pandemia. All’inizio l’ha spinta la curiosità, ma anche una forma di fiducia immediata, quasi naturale, verso il progetto.
Poi è successa una cosa inattesa. Poco dopo la sua iscrizione si è trovata a partecipare a un evento importante, e tra i relatori c’era una delle ricercatrici di Influweb. Ha ascoltato la presentazione del lavoro. Ha capito che dietro a quello che a prima vista poteva sembrare un banale questionario c’era qualcosa di molto serio.
Da quel momento la motivazione ha smesso di essere vaga e ha preso forma. E quando pochi mesi dopo è arrivato il Covid, quella motivazione si è fatta ancora più solida. La pandemia non ha cambiato la sua abitudine: l’ha confermata.
«Ho capito che c’era qualcosa di importante dietro quello che a prima vista può sembrare un banale questionario. E poi il Covid ha ulteriormente rafforzato la mia spinta a continuare.»
Quanto tempo ci vuole, davvero
La risposta che dà è la stessa che molti partecipanti conoscono ma a cui pochi credono finché non provano. Godo di buona salute, dice, quindi la settimana in cui sto bene ci metto davvero pochi secondi. Nemmeno minuti. La volta che ho avuto l’influenza, che arriva forse una volta l’anno, ho impiegato solo due minuti a compilare il questionario. Due minuti per rispondere, e poi chiudere tutto e tornare alla propria giornata.
Il questionario è costruito in modo intelligente. Se stai bene rispondi «nessun sintomo» e hai finito. Se invece hai qualcosa — febbre, tosse, mal di gola — compaiono quattro o cinque domande in più. Ogni tanto arriva anche un secondo questionario, quello sui contatti sociali, o uno sulla situazione vaccinale. Anche lì: tre domande in croce. Una user experience semplice, fatta bene, che facilita tutto.
Il segreto per non dimenticarsi mai di compilarlo? «Quando mi arriva l’email, lo faccio. È talmente veloce che tra una cosa e l’altra lo posso fare sempre. A volte mi capita di tornare sull’email qualche ora dopo, ma so già che ci metto pochissimo.»
La settimana in cui stai bene è la più importante
C’è una cosa che sorprende quasi tutti, la prima volta che la sentono. Su Influweb il contributo più prezioso non arriva quando ci si ammala. Arriva quando si sta bene.
Lei lo ha capito bene, e lo spiega con una semplicità che va dritta al punto: le statistiche sono statistiche. Se non dichiaro, in un arco di dodici mesi, quante volte sto bene e quante volte non sto bene, i dati non servono. La ricerca non chiede solo cosa hai quando stai male. Ti chiede qual è la tua condizione nell’arco del tempo. Anche solo sapere che sto bene è un dato.
«I dati sono dati: se non li raccogliamo tutti è difficile che servano. Quindi anche “sto bene” è un’informazione che conta.»
Lo stesso vale per chi si cura senza andare dal medico. Una delle cose che Influweb le ha insegnato — e lo ammette con una certa sorpresa — è che chi non si rivolge all’ambulatorio, per il sistema sanitario ufficiale, risulta semplicemente non malato. È una parte di realtà che rimane invisibile. Influweb la rende visibile. Prima di iscrivermi non lo sapevo, dice. Seguire questo progetto mi ha educata a quanto è importante non restare invisibile alla scienza.
Una piccola voce per la scienza
C’è qualcosa che emerge chiaramente quando si parla con chi partecipa da molti anni. Non è il senso del dovere. Non è nemmeno l’abitudine pura. È una forma di fiducia nella ricerca — nella sua capacità di fare la differenza per la comunità — che si traduce in un gesto concreto, settimanale, silenzioso.
Lo dice con un entusiasmo semplice, genuino: crede nella scienza, nella ricerca, nella possibilità che anche un piccolo gesto possa contribuire a qualcosa di più grande. Se compilare il questionario non richiede fatica, spiega, la motivazione diventa sufficiente a rendere tutto naturale.
Poi aggiunge una riflessione che merita attenzione: molte persone, se conoscessero Influweb, ne capirebbero subito l’importanza e sarebbero disposte a partecipare. Il punto, quindi, non è la mancanza di disponibilità. È la mancanza di conoscenza. Molti non partecipano non perché non vogliano, ma perché semplicemente non sanno che il progetto esiste.
«La ricerca è un potere. È l’unico vero potere. Solo con la ricerca si possono cambiare le cose, migliorare le cose. E questo progetto è un pezzo di quella ricerca.
Un appello ai giovani, e uno agli anziani
Se dovesse fare un appello non si rivolgerebbe a una categoria sola. Parlerebbe ai giovani, perché il mondo è loro, perché il futuro appartiene a loro, e perché nell’interesse di un futuro migliore vale la pena dedicare pochissimo del proprio tempo a qualcosa che può cambiare le condizioni di salute, di prevenzione, di cura.
Ma parlerebbe anche alle persone anziane. Le inviterebbe a sentirsi responsabili per il futuro dei giovani. A collaborare alla costruzione di un mondo migliore per chi viene dopo. È un modo di pensare alla partecipazione che la allarga oltre il presente, oltre la propria salute individuale.
Come lo racconterebbe a un amico? Con queste parole: «Tanti anni fa ho trovato una piattaforma fighissima che ti richiede pochissimo tempo ma che può aiutarti a dare il tuo contributo per la scienza e la ricerca. Io fossi in te mi iscriverei.»
La costanza è tutto
C’è una parola che torna spesso nelle parole di chi partecipa da anni: costanza. Non una volta, non durante il picco influenzale, non solo quando si sta male. Ogni settimana. Sempre.
Lo chiarisce senza incertezze: altrimenti serve a poco. Se partecipi una volta ogni tanto, i dati non raccontano la tua stagione. Non raccontano quando stai bene e quando no. Non permettono di vedere l’andamento di una persona nel tempo. La costanza non è un dettaglio: è la condizione perché il gesto abbia senso.
E poi c’è un’altra cosa che vale la pena ricordare. Quando ci si ammala e si è di fretta, la tentazione è rispondere «nessun sintomo» per chiudere in fretta. Ma un raffreddore è un sintomo. Compilare con serietà, con senso di responsabilità, è parte integrante del contributo. Perché se non lo si fa con onestà, tanto vale non farlo.
«L’importante è sapere cosa si sta facendo e capire che è importante. Sennò poi magari si smette, e non si ha la costanza per continuare.»
Da sei anni ogni lunedì mattina. Sei anni di e-mail aperte ancora prima di alzarsi dal letto. Sei anni di pochi secondi regalati alla ricerca, settimana dopo settimana, anche quando fuori c’era il Covid, anche quando si stava bene e non c’era niente da segnalare. È una storia piccola, come tutte le storie di partecipazione. Ed è, per lo stesso motivo, una storia necessaria.
Influweb è fatto di queste storie. Tutte insieme disegnano qualcosa che nessun laboratorio, da solo, potrebbe vedere.
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